Per riflettere

Su cosa fondi la Speranza?

Martedì 23 maggio, presso il collegio Marianum si è tenuta la veglia della Pace, un momento di preghiera a tre voci: musulmana, ebraica e cristiana (cattolica, ortodossa e protestante). Ci sono due cose assurde in questa frase: tre voci, cioè insieme, e preghiera.

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Non voglio soffermarmi sulle condizioni del mondo di oggi, che conosciamo benissimo. Non c’è bisogno di tante giustificazioni per dire che ciò che è successo martedì 23 maggio non è normale: non è normale che musulmani, cristiani ed ebrei abbiano condiviso una serata senza paura l’uno dell’altro; non è normale che questo sia avvenuto attraverso la preghiera; non è normale, eppure, è profondamente umano.

Abbiamo vissuto che una convivenza interreligiosa è possibile – è successo. Questa storia di dialogo che è iniziata, pone più domande che risposte. In quanto dialogo, fa mettere in discussione tutte le proprie certezze. Lo sappiano i signori di Europa, che in un angolo di mondo c’è della gente felice, felice di stare con gli altri. Quell’altro, così sconosciuto, diventa d’un tratto famigliare, amico, fratello. Perché?

Perché l’incontro è avvenuto mediante la preghiera. La preghiera non è una convenzione da medievali, da papisti o da devoti. È la dimensione più profonda dell’uomo. Prima ancora che qualsiasi rivelazione divina, è dialogo con quel “quid” di cui parla Tacito nella Germania, quel “bisbiglio” di cui parla Rebora. La preghiera è il dialogo instaurato dall’Innominato con quel “Io sono però” che emerge con prepotenza dal fondo della sua anima nera come la pece. Condividere il momento della preghiera significa condividere la tua ricerca al significato della tua esistenza, dell’esistenza dell’uomo, della storia. Così, tanto il vicino quanto quello di fronte diventano amici, anzi fratelli: tu, sconosciuto, vivi ricercando la felicità, la stessa felicità che cerco io. Vivi per ricercare la giustizia, la stessa giustizia che cerco io. Vivi ricercando l’amore, lo stesso amore che cerco io. Vivi ricercando la verità, la stessa verità che cerco io. Speri profondamente che questo mondo possa essere cambiato, in meglio, tanto quanto lo spero io. Tu, sconosciuto, diventi fratello: questo riempie il cuore di gioia, commozione e gratitudine, perché dal guardare l’altro (chiunque esso sia) così, nella sua intera dignità di uomo, prende vita una civiltà nuova.

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Una civiltà silenziosa, perché, come ci ricordavano i nostri fratelli musulmani, i giornali non ne parleranno. Non è rilevante la risonanza mediatica, non la presenza numerica. Dicono che l’atteggiamento più concreto, cioè quello che incide di più nella storia della nostra vita e dell’umanità intera, sia l’attenzione alla persona. Attenzione alla persona, ossia: io mi accorgo di te in quanto desiderio di felicità e ricercatore di senso vivente. Basta questo a cambiare il mondo?

Che tutto questo (musulmani, ebrei e cristiani insieme) sia successo è il nostro più grande aiuto: ciascuno di noi (partecipanti e lettori) ha la responsabilità di raccontarlo. Tutto questo, è successo. Il mondo è già (e non ancora) cambiato.

 

A cura di Margherita Bertani 

 

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