Per riflettere

“Dancing the pain away”: il valzer viennese tra Bellezza e malinconia

Se gli anni Venti del secolo scorso fossero una melodia, sarebbero “Sul bel Danubio blu” di Johann Strauss. Riuscireste a immaginare Jay Gatsby che balla un valzer prima di morire? Il timido inizio e le note sibilate come volontà di realizzazione e rispetto per gli eventi tragici che la guerra aveva portato con sé, a voler dire “Cosa abbiamo fatto? Di cosa siamo stati capaci?” e poi gli accordi affrettati, vorticosi, mai solenni eppure vivaci come l’illusorio gesto di non pensarci più, dimenticare, ballare con un po’ di malinconia soffocata tra un merletto e un altro. E fa quasi tenerezza pensare che non avrebbero mai potuto prevedere quello che di lì a poco sarebbe successo. Ma cosa importava? La felicità temporanea era diventata necessità di sopravvivenza, ma non solenne e imposta come “Aida” di Verdi che pare urlare “ora indossi il tuo sorriso migliore, brindi e sei orgoglioso del tuo Paese”. No, non c’è solennità, non c’è gloria né patriottismo, solo un valzer leggero e non superficiale che ti inebria di champagne e in cui tutti possono perdersi. Del resto, mentre la tradizione culturale italiana ha sempre posto una grande enfasi sul concetto di “dignità” e tutto ciò che ne deriva, a Vienna bastava un valzer per calpestare i pensieri su un pavimento e godere della propria eleganza, proprio come quasi un secolo e mezzo dopo. La Vienna dell’operetta, la “piccola opera” austriaca, non conosce l’asprezza offenbachiana della satira, ma avvolge il crepuscolo di un altro impero, quello asburgico, di fiabe festose e inverosimili, di colori, slanci e nostalgie, musiche di genti diverse immaginate solidali, come se quel buio potesse essere dilatato all’infinito in una sorta di eternità precaria in grado di far scordare l’irreparabile. I pettegolezzi della storia, le civetterie del cuore, la grazia della fantasia potevano arrivare perfino a disinnescare l’angoscia dei presagi, l’ormai prossima caduta delle certezze e dei valori, la fine di ciò che sarebbe diventato il mondo di ieri. Se si scorre la partitura, ossia i numeri musicali, si scopre che tre quarti dell’operetta sono in 3/4, 3/4: il tempo del valzer. Die lustige Witwe celebra, appunto, l’ultimo trionfo del valzer attraverso ciò che si potrebbe definire la sua ambiguità ossimorica, il dimenticarsi, in quei 3/4, della virtù, del peso della vertigine del nulla e rimembrare dell’ebbra incoscienza del divertimento. Non fu un caso, infatti, che in Francia fu proprio Maria Antonietta, sposa austriaca di Luigi XVI, ad introdurre il Valzer alla corte di Versailles e da ballo popolare tedesco-austriaco divenne in breve tempo un ballo internazionale di straordinaria popolarità, il ballo da sala per eccellenza. Del resto, l’aristocrazia ha sempre avuto una inclinazione all’estetica vista come riabilitazione e rivisitazione della sofferenza. “Le notti bianche” di Fyodor Dostoevsky, “Madame Bovary” di Gustave Flaubert, “Cime tempestose” di Emily Brönte, “La Signora Dalloway” di Virginia Woolf, non ci comunicano proprio questo? Ed è qui che la Bellezza diventa l’opposto del Male, anzi vi si fonde in un agglomerato indistinto. Esistono, senza che la loro necessità, a prima vista, appaia in alcun modo evidente. Sono qui, onnipresenti, inesistenti, penetranti e nell’impressione di essere superflui adagiano il loro mistero. Potremmo immaginare un universo che sia soltanto “vero”, senza che la minima idea di Bellezza e Male giungano anche solo a sfiorarlo. Si tratterebbe di un universo funzionale con dispiegarsi di elementi indifferenziati, uniformi e che si muoverebbe in modo assolutamente intercambiabile. Ci troveremmo insomma, ad avere a che fare con un mondo di automi e non con quello della vita. E in effetti, i campi di concentramento del XX secolo ci hanno fornito un’immaginazione di questo scenario, dove persino il Male era diventato “banale” come lo definirebbe la filosofa Hannah Arendt: automatismo indifferenziato, cecità disumana, motivi futili e dunque tragici e ingiustificabili. Ed è qui che il valzer si pone come antitesi, come preludio inconsapevole di volontà e negazione, come un urlo che squarcia le logiche malate delle differenze strumentalizzate. Perché è solo con l’unicità che ha inizio la possibilità di Bellezza: trasformare ogni essere umano in presenza che non smette mai di tendere, attraverso il tempo, verso la pienezza della propria fioritura. E in quanto tale, ogni essere è virtualmente abilitato dalla capacità di Bellezza e dal desiderio consapevole di viverla attraverso l’incontro: del resto il valzer implica che vi siano almeno due persone a ballarlo. Ingmar Bergman, nelle sue note di regia all’allestimento della Lustige Witwe, traccia un’intuizione rilevante: “Non realismo, ma sogno, astrazione. Tutto sta nel far credere che insieme tutto possa accadere, nell’infiammare la fantasia, assicurando per contro che l’ordine non verrà mai travolto. È nelle pieghe tra immaginazione e realtà che s’insinua la musica”. Specchio di un’epoca al tramonto o sentimenti eterni allo specchio, dunque? Forse è proprio da questo dilemma temporale che nasce l’intreccio di note e corpi, gioia e dolore, un’interazione fra i suoi elementi costitutivi, trasfigurazione e rivelazione, come un quadro di Cézanne nato dall’incontro del pittore con la montagna Sainte-Victoire.

È il soffio ritmico animato il legittimo erede della profondità e della leggerezza che è presente in poche melodie, ma che cela la duplice realtà della vita senza finzioni o compromessi, quasi come le note finali della canzone “Chiquitita” degli ABBA. “Chiquitita, tell me the truth, I’m a shoulder you can cry on. […] you and I cry, but the sun is still in the sky and shining above you. Let me hear you sing once more like you did before” dice, perché in un valzer, alla corte di Maria Antonietta, in una canzone svedese del 1979, come nella vita, non siamo mai soli se il dolore si condivide in un processo empatico. E quindi “Sing a new song, Chiquitita”, canta un’altra canzone, balla un altro valzer con chi vuoi, convinciti a ridere di te e della tua mortalità perché forse è proprio vero e consolante che “la Bellezza salverà il mondo”.

 

Di Chiara de Stefano

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