Collegio e università

Dove si genera il futuro. Sulla vitalità della Chiesa in un tempo di crisi

Dove si genera il futuro?
In una società che sembra avere sempre più fretta di andare avanti, si parla spesso di futuro. Ci chiediamo forse in che modo arriveremo a quel futuro o in quanto tempo. Non altrettanto spesso ci chiediamo da dove partire per costruirlo.
Dove si genera il futuro? Una possibile risposta a questo cruciale interrogativo potrebbe risultare determinate per la sua realizzazione: «In un laboratorio di fisica, in una megalopoli cinese o forse nella sede di un qualche colosso web americano» e, con altissima probabilità, non penseremmo subito alla Chiesa, così legata alla tradizione nell’immaginario comune.

Il tema è stato messo in luce dal Magnifico Rettore Franco Anelli durante la sua introduzione alla lecture di padre Antonio Spadaro, direttore della rivista La civiltà Cattolica, intitolata Dove si genera il futuro. Sulla vitalità della Chiesa in un tempo di crisi, e tenutasi lo scorso lunedì 21 febbraio nel nostro Ateneo. L’evento si colloca nel ciclo di conferenze Un secolo di futuro. L’università tra le generazioni.

Padre Spadaro apre il suo intervento con una domanda, citando Andrea Riccardi ne La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo: «La Chiesa ha un futuro?». Per rispondere a ciò si ricorre al concetto di «bisogno di consolazione», con riferimento al pensiero di Stig Dagerman. Per lo scrittore svedese la vita non è altro che un vagare insensato verso una morte certa; questa concezione ci pone davanti alla cosiddetta impossibilità di consolazione (in svedese tröst), perché il bisogno che ne sentiamo come uomini non può essere soddisfatto dalla pura proiezione dei dati sul proprio vissuto. Dagerman non può pensare al futuro perché in sè manca quella dimensione di speranza che, per noi, crea un varco d’uscita dalla disperazione di un assoluto presente, tale da rappresentare un’assenza di tempo, e quindi di futuro. Speranza che sfida il nichilismo.

A questo punto non si possono avere più dubbi: il tempo della Chiesa è il futuro, l’avvenire. Il messaggio evangelico si proietta specificamente su di esso perché, se passato e presente cominciassero a dominare senza l’orizzonte del futuro, l’avvenire stesso si mercificherebbe.  È innegabile come il futuro apra l’uomo ad una dimensione di incertezza.
«Mi lascio ‘scardinare dentro’ dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee?» ha chiesto Papa Francesco durante l’Angelus del 13 Febbraio 2022. Questo sentimento di indeterminatezza, parte integrante di una vita di fede, deve essere interpretato come ricerca e apertura verso il nuovo, anche se, inizialmente, può disorientare. Non si teme la crisi e la contraddizione se ci si avventura in cerca di Dio.

È nell’inquietudine che si genera il futuro della Chiesa, in quanto il ragazzo inquieto è più sensibile degli altri agli stimoli della società. Egli non è conformista verso i cliché culturali, si ribella se trova sulla sua strada limiti posti ingiustamente oppure accetta quelli che ritiene legittimi. Grazie a questa sua caratteristica, egli è in grado di mettere in discussione il mondo e sé stesso. Per seguire l’invito ad una «sana inquietudine», rivolto dal Papa ai giovani, dobbiamo disinstallarci, ovvero «abbandonare la condizione di essere sistemati». Il futuro non è qualcosa di astratto, ma ci viene incontro anche sotto forma delle nostre tensioni correnti e di quelle passate, che vengono riprese e rimodellate. Ecco, allora, in cosa consiste la vitalità della Chiesa: nel lasciare il passato aperto alle interpretazioni, perché la memoria dell’esperienza vissuta assume nel presente un senso nuovo e attuale nella direzione di un’attesa futura.

In definitiva, la giovinezza della Chiesa potrebbe essere descritta dai versi iniziali di una poesia di Ada Negri intitolata Mia giovinezza, citati da padre Spadaro stesso: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo all’essere. Sei tu, ma un’altra sei: senza fronda né fior, senza il lucente riso che avevi al tempo che non torna, senza quel canto. Un’altra sei, più bella».

A cura di Marianna Giudice

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