Senza contatto fisico non emergono legami: il paradosso relazione dell’intelligenza artificiale

·

·

, ,

Tra la promessa di compagnia e la paura dell’alterità, l’intelligenza artificiale rivela la solitudine strutturale del nostro tempo.

“Senza contatto fisico non emergono legami”

Byung-chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Torino, Einaudi, 2021, p.17.

A partire dallo scorso aprile, l’applicazione più scaricata al mondo sui nostri dispositivi cellulari è ChatGPT, che con 465 milioni di download ha superato ampiamente qualsiasi social network: dal chiacchieratissimo TikTok al nostro amatissimo “diario condiviso”, Instagram.

Un dato che, a prima vista, non appare affatto problematico. Anzi: sembra quasi un segno di progresso. L’AI è avanguardia, la più grande evoluzione del ventunesimo secolo; promette di sollevare l’uomo dalla fatica — soprattutto quella cognitiva — e gli offre una sorta di trascendenza: digitando pochi tasti, accede alla conoscenza e la rielabora a suo piacimento.

Una conoscenza che, contrariamente ai timori di molti, non ha il volto allarmante di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio. Ha invece una voce morbida, quasi umana: quella di Samantha, la non-protagonista di Her (2013) di Spike Jonze. Nel film, che vorrebbe essere distopico senza riuscirci del tutto, un uomo solitario, Theodore, si innamora perdutamente del sistema operativo del proprio computer dopo una dolorosa separazione.

Negli ultimi mesi, accanto a ChatGPT, sono comparse tra le app più popolari “Replika”, “Dream GF”, “Soulfun”, “AI Girlfriend”. Programmi che promettono agli utenti la costruzione di un partner ideale con cui intrattenere relazioni affettive, grazie a personalità digitali adattive, algoritmi predittivi modellati sulla frequenza emotiva dell’utente ed esperienze immersive audio-visive personalizzate.

Ma è davvero così difficile, nel 2025, costruire connessioni emotive?
La risposta sembra essere sì. Perché nel 2025 viviamo immersi — o forse intrappolati — in interfacce digitali progettate su misura per noi.

Ci siamo abituati a ciò che ci facilita, a ciò che si arrende a noi. E, nella ricerca compulsiva di un’intesa con qualcuno o qualcosa, abbiamo finito per perdere di vista l’Altro.

Byung-Chul Han parla proprio di questo: ubriacati di onniscienza, abbiamo smesso di guardare le cose per sostituirle con le informazioni. Ma l’informazione è mutevole, manipolabile; la cosa, invece, è monolitica. Sta lì, immobile, si oppone a noi. Possiamo toccarla — ed è in questo che risiede la verità.
La verità non si adatta all’uomo. Non si piega al suo desiderio di controllo.

Narcisi moderni, impegnati nell’adorazione di noi stessi, prigionieri della paura di un “no”, preferiamo parlare con una macchina che non elabora la realtà, ma la restituisce modellata sul nostro linguaggio, sulle nostre aspettative, sul nostro tono. Una macchina che ci assomiglia perché la costruiamo a nostra immagine.

Non possiamo più permetterci il lusso di “addomesticare” l’alterità come faceva il Piccolo Principe: viviamo nel “tempo del sé”, e questo ci acceca nei confronti dell’altro.
Desideriamo relazioni autentiche, o almeno diciamo di volerle; ma il rifugio nell’AI rivela un cortocircuito profondo. Crediamo di aver bisogno degli altri, aspettiamo la mano del prossimo, e poi ce la teniamo da soli prima ancora che qualcuno possa avvicinarsi.

La dicotomia tra ciò che possiamo e non possiamo toccare ci rende al tempo stesso specchio e pharmakon: veleno e antidoto. Restiamo prigionieri di una dialettica mefistofelica dove il nostro doppio — il nostro riflesso perfetto — ci tormenta e ci seduce, fino ad anestetizzare la nostra capacità critica. Siamo l’idiota… e ne siamo innamorati.

ChatGPT è, senza dubbio, uno strumento inestimabile. Ma a una condizione: usarlo nel modo giusto.
E se tornassimo a pensare con le nostre teste?
E se provassimo a riconnetterci con gli altri invece che con le nostre stesse proiezioni?
E se fosse ancora possibile guardare davvero, porgere la mano senza temere che qualcuno la afferri, senza convincerci che l’unica risposta possibile sia la nostra?


Marianum Blog