Nell’antichità, in particolar modo nella cosiddetta “civiltà della vergogna”, il coraggio era associato al mondo degli eroi e delle armi: era la virtù di chi affrontava il nemico senza arretrare, di chi metteva in gioco la propria vita per l’onore e per la patria. Si trattava di un valore da dimostrare in maniera “rumorosa” e plateale.
Col passare dei secoli, però, il coraggio ha mutato la sua forma, forse e soprattutto, per adeguarsi a cambiamenti umani e sociali. Ha smesso di appartenere solo ai campi di battaglia per insinuarsi nelle sfere più intime dell’esistenza.
Al giorno d’oggi, il coraggio riecheggia maggiormente nelle sfide quotidiane, più “silenziose”: il coraggio di chi si espone, di chi sceglie di cambiare o di chi, invece, decide di rimanere coerente con sé stesso.
È quindi importante osservare l’evoluzione che il significato di coraggio ha avuto nel tempo, in quanto specchio dei vizi e delle virtù proprie di una società. Ogni epoca, infatti, definisce il coraggio a partire da ciò che teme di più — e da ciò che, nonostante tutto, decide di affrontare.
Partendo dalla sua etimologia, la parola “coraggio” contiene in sé il termine latino cor (da cor, cordis, cioè cuore) e significa, nel suo senso più profondo, “avere cuore” o “agire con il cuore”.
Nel tempo, però, questo significato si è in parte smarrito, lasciando spazio a interpretazioni che lo associano a un rischio poco intelligente e poco conveniente.
La sua etimologia ci ricorda invece qualcosa di diverso: il coraggio non è incoscienza, ma la capacità di rischiare in modo consapevole, guidati appunto “dal cuore”.
Già Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, scriveva: “Il coraggio, poi, è una cosa bella: tale, quindi, sarà anche il suo fine, giacché ogni cosa si definisce in base al suo fine. Dunque, è in vista del bello morale che il coraggioso affronta le situazioni temibili e compie le azioni che derivano dal coraggio”.
Queste parole contengono una verità inequivocabile: decidiamo di rischiare solo in vista di qualcosa di migliore. Aristotele punta i riflettori, infatti, su ciò che è il motore di un’azione temeraria, che ci porta ad accettare consapevolmente il rischio e a decidere di affrontarlo ugualmente. Ma attenzione, la scelta di fronteggiare delle situazioni temibili non esclude la paura ed è proprio questa la chiave: non nasconderla, ma perseguire l’obiettivo nonostante questa.
Arrivando poi ai secoli dell’Illuminismo, non si può non citare il celebre motto utilizzato da Kant: “Sapere aude, cioè abbi il coraggio di conoscere”.
In questo caso il coraggio è messo in relazione alla conoscenza, strumento potentissimo nell’epoca illuminista. Si tratta di un’esortazione al pensiero autonomo e all’emancipazione intellettuale, obiettivi che richiedono – in ogni caso – un atto di coraggio, non necessariamente meno rischioso degli altri.
Infine, tappa ultima di questo percorso, sono proprio i nostri giorni. Dopo questa breve “carrellata storica”, è alquanto evidente come il significato attuale di coraggio sia frutto – in realtà – di tutti i suoi precedenti significati. Siamo, infatti, figli di una stratificazione di idee, popoli e culture che si sono succedute nel tempo e si sono rispettivamente imposte nella propria epoca.
Quelle sfide quotidiane – di cui accennavo prima – non sono altro che il risultato dei tempi che abbiamo vissuto e che stiamo tuttora vivendo.
Ad esempio: il periodo del Covid e dunque della quarantena, il conseguente affermarsi (ancora più prepotente) del digitale e dei social, le terribili stragi che continuano ad accadere nel mondo.
Tutto questo si è riflesso, inevitabilmente, sul modo di pensare, di relazionarsi e di vivere di ciascuno di noi.
Questa serie di eventi “rari” ha comportato una ridefinizione delle esigenze del singolo, il quale adesso considererà anche solo “lo stare in mezzo alla gente” come un grande atto di coraggio. E così di fatto è.
Non esistono azioni più o meno coraggiose, o meglio: anche se dovessero esistere, l’una non sarebbe meno valida dell’altra.
Siamo il prodotto di ciò che abbiamo vissuto e figli di una società che ci ha resi, purtroppo o per fortuna, più sensibili.
Dunque, l’unica esortazione che mi preme fare è questa: qualsiasi sia l’entità dello sforzo da fare e a prescindere dal senso di paura che tale gesto può comportare, siate mossi sempre dal cuore. Perché quello è il vero coraggio.
