L’eco delle tracce: chi siamo sotto la superficie?

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Le tracce e i segni che ci portiamo dietro, plasmano davvero il nostro essere? Come possiamo lasciare noi delle tracce in questo mondo? Come possiamo fare in modo di essere ricordati? Queste sono solo alcune delle domande che qualche giorno fa sono tornate a scuotermi la mente. È successo qui a Milano, camminando per strada dopo aver partecipato a Traces, l’evento organizzato da TEDxUnicatt.

Sarebbe bello sapere cosa ognuno di noi si porta davvero dentro, cosa ci ha formato, ci ha resi ciò che siamo. Sarebbe bello poter sfogliare le storie altrui, perderci nell’Io più profondo di chi incontriamo per rifletterci, capire chi siamo, perché agiamo in un certo modo piuttosto che in un altro e cosa vogliamo diventare in un futuro.

Nella realtà dei fatti, però, pochissime persone conoscono davvero sé stesse o possono raccontare con certezza assoluta chi sono o chi si sentono di essere. A questa età, avere in tasca un manuale d’istruzione su noi stessi è quasi impossibile.

Qualche giorno fa, chiacchierando con un’amica, mi è sorta una riflessione: “Io non so ancora chi sono, ma so molto bene chi non voglio essere”. Questa consapevolezza “in negativo” accomuna molti di noi. Ma perché funziona così? Perché è più facile capire quali atteggiamenti non ci appartengono, piuttosto che definire quelli che fanno parte di noi? Forse facciamo fatica ad accettare noi stessi, a guardarci dentro con criticità?

Guardarsi dentro per davvero richiede un coraggio enorme, perché significa confrontarsi con le proprie vulnerabilità e con le “tracce” che magari vorremmo nascondere.

Sebbene conoscersi per “esclusione” a volte  possa essere considerato  un meccanismo di difesa, in alcuni casi rappresenta l’inizio della più vera  costruzione di  sé  stessi.

E questo ci porta alla domanda cruciale: come si forma l’Io più profondo? Da cosa dipende la nostra vera essenza? Per rispondere, possiamo fare riferimento al pensiero di Gustav Jung, psichiatra della psicoanalisi profonda, il quale sostiene che l’Io più profondo non è un nucleo rigido con cui nasciamo, né è il semplice risultato passivo delle tracce che il mondo ci lascia addosso. La nostra identità si forma attraverso un processo attivo, lungo e faticoso, che lui definisce “Individuazione”.

L’Individuazione dipende dalla capacità di guardarci dentro e di integrare tutte le nostre parti: i talenti, le esperienze, ma anche le ferite e le ombre che cerchiamo di nascondere. L’Io profondo prende forma non quando subiamo passivamente i segni degli altri, ma quando prendiamo quelle tracce e le trasformiamo in consapevolezza. Jung ha racchiuso tutto questo in una potente affermazione:

“Io non sono quello che mi è successo, sono quello che ho scelto di diventare.”

Il nostro Io, in definitiva, dipende da una scelta continua. E non sapere ancora esattamente chi si è, scartando però chi non si vuole essere, non è sintomo di confusione: è esattamente il primo, potente passo di quella scelta.


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