La distanza che cura: ciò che si perde restando

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Ci sono libri che non si leggono semplicemente: si attraversano. E in quel passaggio sottile tra una pagina e l’altra, ci si accorge che non tutto ciò che chiamiamo “restare” ci sta davvero tenendo in piedi.

È con questa vibrazione che, lo scorso 25 febbraio, il Salone Gornati ha accolto con un grande applauso l’incontro con Valeria Locati, psicologa e psicoterapeuta, ospite di una puntata speciale di E.C.O. Podcast, il podcast delle nostre collegiali ascoltabile sulle principali piattaforme audio. È stato uno spazio di ascolto molto curato, in cui le parole non si esaurivano nel momento, ma restavano, chiedendo tempo per essere comprese.

Al centro della serata, “La distanza che cura”, un saggio che nasce dall’esperienza clinica dell’autrice e dall’ascolto di storie reali segnate da legami familiari complessi, dipendenze affettive e separazioni difficili. Il libro mette in discussione un’idea profondamente radicata: che la vicinanza coincida sempre con l’amore e che la distanza sia, inevitabilmente, una perdita.

Al contrario, la Dottoressa Locati mostra come spesso rimaniamo in relazioni che ci fanno male non per mancanza di consapevolezza, ma per paura: di deludere, di ferire, di essere giudicati egoisti e, soprattutto, di rimanere soli. È così che si inizia a cedere, quasi senza accorgersene: bisogni non espressi, confini ignorati, rinunce che diventano abitudine, fino a quando restare non è più una scelta, ma una forma di adattamento che finisce per consumare l’identità.

Da qui emerge il cuore del suo lavoro: i confini emotivi. Non barriere, ma condizioni per esistere dentro una relazione senza scomparire. Amare non significa annullarsi, né restare a ogni costo, ma mantenere la propria identità mentre si incontra quella dell’altro. Mettere una distanza non è un gesto di rifiuto, ma una forma di responsabilità verso sé stessi e poi, verso l’altro.

Le parole della dottoressa Locati risuonano con forza perché intercettano una tensione profondamente contemporanea: quella tra appartenenza e autonomia, tra il bisogno di legame e il rischio di perdersi dentro di esso. In un tempo che corre, fermarsi a leggere – e a riconoscere ciò che ci abita – diventa un esercizio controcorrente, che obbliga a distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci svuota.

Alla fine dell’incontro non restano risposte pronte, ma una consapevolezza più nitida: non tutto ciò che resta accanto a noi ci appartiene davvero, e non tutto ciò che chiamiamo vicinanza ci protegge. Crescere non è accumulare, ma imparare a sottrarre ciò che ci allontana da noi stessi. A volte significa fare un passo indietro, interrompere una continuità, accettare che ciò che è familiare non è sempre ciò che è giusto.

Ed è forse proprio qui, cari lettori, che il titolo di questo articolo trova il suo senso più profondo: ciò che si perde restando non è immediato, non è visibile, non fa rumore. È una sottrazione lenta, silenziosa, che avviene mentre si continua a essere presenti.

La distanza, quando è scelta e consapevole, non è una fuga ma un atto di verità: non allontana, ma restituisce. Restituisce spazio, voce, possibilità. Restituisce, soprattutto, la possibilità di non scomparire dentro la propria vita.


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