L’unica certezza che abbiamo, per quanto riguarda il mondo e la società di oggi, è che viviamo in bilico tra l’orrore e la normalità, tra l’indignazione immediata e il meccanico procedere della nostra esistenza come se tutto andasse bene, come se tutto ciò che accade intorno a noi fosse estraneo e non ci riguardasse affatto. E se questa è la riflessione che giustamente si è sempre portati a fare a proposito delle guerre, dei genocidi, delle tragedie umanitarie da cui siamo circondati, purtroppo lo stesso non accade o non accade abbastanza quando si parla di dipendenze, di vite dimenticate, di intere generazioni spazzate via dalle sostanze stupefacenti. Questo è esattamente quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove la dipendenza da oppioidi, e dal fentanyl in particolare, ha addirittura provocato un numero di morti maggiore di quello dell’intera guerra del Vietnam.
Ma cos’è esattamente il fentanyl, anche detto “droga degli zombie”?
Si tratta di un oppiaceo sintetico preparato e sviluppato per la prima volta dal Dott. Paul Janssen nel 1959, nell’ambito di un brevetto tenuto dalla sua società, la Janssen Pharmaceutica. Negli anni Sessanta è stato introdotto nel mercato dei farmaci come un potente antidolorifico. Attualmente, è sintetizzato dai cartelli della droga messicani a un costo più basso di quello necessario per produrre eroina, con cui spesso è mischiato per renderlo più potente. Secondo il sito della DEA (Drug Enforcement Administration) – agenzia federale statunitense responsabile dell’applicazione delle leggi antidroga – il farmaco è «cento volte più potente della morfina e cinquanta volte più potente dell’eroina come analgesico» e si assume tramite cerotti o pastiglie, più raramente tramite iniezione.
Da questa premessa è facilmente intuibile che, dopo l’iniziale sensazione di euforia, gli effetti diventano via via sempre più devastanti: a nausea, vomito, costipazione e stordimento si accostano molto spesso dolori alle ossa, ansia, depressione, paranoia, disturbi del sonno e, nei casi di abuso più gravi, arresto cardiaco e shock anafilattico, che possono portare alla morte improvvisa.
Il paesaggio urbano di alcune delle più importanti città statunitensi, come Philadelphia, Los Angeles e San Francisco, è ormai costellato di tendopoli, di corpi al limite della sopportazione fisica, letteralmente piegati in due dal dolore (sicuramente non solo fisico), barcollanti da un punto all’altro alla ricerca della prossima dose, con lo sguardo spento di chi attende nient’altro che la fine. Accanto a loro passano ogni giorno decine e decine di lavoratori, pendolari, semplici passanti con lo sguardo spaventato e attonito di chi si sente altro, di chi sa di possedere ancora un corpo e un’anima e che mai e poi mai si ridurrà in quel modo, mai e poi mai diventerà un relitto umano. Come se effettivamente quelli che hanno intorno fossero zombie e nulla più, che sono nati così e così moriranno, come se non avessero avuto anche loro un nome, una famiglia, una casa, una vita normale.
L’attuale presidente americano Donald Trump ha dichiarato l’epidemia di fentanyl emergenza nazionale per la prima volta nel 2017. Nel 2021 a San Francisco, una delle città più colpite, la sindaca London Breed ha dichiarato novanta giorni di stato di emergenza, che hanno portato all’arresto di molti spacciatori, alla parziale pulizia delle strade e alla ricerca di un alloggio per molti tossicodipendenti. Inoltre, anche in Europa e in Italia in particolare, sono stati varati dei provvedimenti specifici, come il Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, presentato dal Governo il 12 marzo 2024.
Tuttavia, ancora oggi la diffusione capillare della dipendenza da questa droga letale è più acuta che mai e, nonostante l’iniziale preoccupazione per la situazione che soprattutto gli Stati Uniti stanno affrontando, ben presto le persone che muoiono ogni giorno sono tornate ad essere semplici numeri, parte di banali statistiche.
Il problema, come già sottolineato poc’anzi, è uno ed è semplice: si deve arrivare a capire, a realizzare, che i tossicodipendenti che stigmatizziamo, che evitiamo come avessero una malattia contagiosa, sono esseri umani esattamente come noi.
Non basta arrestare uno spacciatore o direttamente un tossicodipendente, non basta mandare la polizia a pattugliare le strade o fare discorsi generici su quanto la droga faccia male .
Fino a quando chi cade nella spirale della droga non riceverà ascolto, attenzione, trattamento sanitario e psicologico adeguato, quegli occhi spenti che ci fissano saranno sempre lì, a ricordarci la nostra normalità ipocrita, il dispiacere a comando e la preoccupazione per la vita di altri che non siamo noi solo quando conviene.
