«Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre»
–Eugenio Montale, Le occasioni
A quasi cinquant’anni dall’uscita, “Annie Hall”, in Italia “Io ed Annie” per sottolineare la sostanza relazionale della vicenda, continua a parlare del nostro modo di raccontare, ricordare e reinventare ciò che abbiamo perduto, forse.
Ci sono film che invecchiano insieme a noi, altri che sembrano predire il future e Io ed Annie appartiene senza dubbio a questa seconda categoria: il capolavoro di Allen non colpisce solo per la sua brillantezza formale, per la leggerezza malinconica dei dialoghi o la ristrutturazione della commedia romantica.
La pellicola mette a nudo un meccanismo che spesso diamo fin troppo per assodato, il trasformare la vita in un racconto, ed è proprio per questo che continua a parlarci, e non smetterà di farlo.
Alvy Singer, il protagonista, non vive solo una storia d’amore: la disseziona, ricostruisce, la commenta ed interrompe, rivivendola a pezzettini.
Annie non è solo una persona amata, è una figura della memoria, è un volto che la forbice non può recidere, perché per quanto possa essere smontata torna sempre, sebbene non fisicamente.
Il film procede per frammenti, salti temporali, scene sconnesse, associazioni mentali. Eppure proprio in questa apparente discontinuità c’è qualcosa che oggi ci appare vicinissimo. Perché è esattamente così che costruiamo il nostro sé.
Anche noi, infatti, ci raccontiamo continuamente delle storie per dare una forma a ciò che ci accade. Lo facciamo quando ripensiamo a una relazione finita, a un’amicizia perduta, a una stagione della vita che non tornerà. Non ricordiamo mai in modo lineare. Ricordiamo per dettagli, per lampi, per ferite, per immagini che emergono senza ordine. Ciò che siamo passa attraverso questa narrazione disordinata di ciò che siamo stati. In questo senso, oggi non facciamo nulla di diverso da Alvy: ricostruiamo filoni spezzati di qualcosa che può essere stato bellissimo e che, in ogni caso, è finito.
Ed è forse qui che Io e Annie resta radicalmente moderno. Il film non si limita a dirci che l’amore può fallire; ci suggerisce qualcosa di ancora più importante: il fatto che una storia sia finita non significa che non sia stata vera.
Filosofia, questa, approfondita da un’ampia fetta di cinematografia, basti pensare al: “Non c’era niente di vero” “Tu eri vero” in The Truman Show.
È un’idea semplice solo in apparenza, ma profondamente controcorrente in un presente che tende a leggere la fine come smentita, come errore, come perdita totale di senso. Allen invece mostra che una relazione può essere aufine. E in questo gesto c’è già una forma di resistenza. Perché continuare a narrare ciò che è stato significa riconoscere che ha avuto un peso, che ci ha trasformati, che non è stato vano.
Forse è proprio per questo che il film non lascia addosso una disperazione assoluta, nonostante la malinconia che lo attraversa. C’è qualcosa di sorprendentemente vitale nel suo sguardo. Come a dire: sì, le cose finiscono; sì, le persone si perdono; sì, l’amore è insufficiente ma qualcosa può essere autentica anche se non dura per sempre. Può aver avuto verità, intensità, necessità, pur senza approdare a una forma definitiva.
Per questo Io e Annie supera la logica rassicurante della commedia romantica classica. Non promette che l’amore vinca tutto, non offre il conforto di una ricomposizione finale, non cerca di suturare le contraddizioni.
Fa qualcosa di più difficile e più onesto: ammette che i rapporti umani sono fragili, intermittenti, spesso incapaci di salvarci, ma non per questo inutili. Ed anzi, sono proprio quella fragilità e quella finitezza a renderli essenziali.
In fondo, ogni relazione, d’amore, d’amicizia, persino di formazione reciproca, è fisiologicamente esposta a una fine. Le persone cambiano, si allontanano, prendono strade diverse, smettono di capirsi o semplicemente smettono di coincidere. È una verità che il cinema spesso ha cercato di addolcire, mentre Io e Annie la mette al centro. Ma senza cinismo. Senza trasformare il disincanto in chiusura. Questo è forse il suo gesto più prezioso ancora oggi: dirci che sapere della fine non deve impedirci di vivere.
Il rischio, semmai, è quello opposto. È lasciarsi paralizzare. Costruire intorno a sé mura di cemento armato, rifugiarsi nelle proprie psicosi, nelle proprie analisi infinite, nella paura di soffrire, nella tentazione di non esporsi più. Alvy incarna proprio questa deriva: l’intelligenza che diventa difesa, la consapevolezza che si trasforma in sabotaggio, la riflessione che impedisce l’abbandono. Ed è per questo che il personaggio ci parla ancora con tanta forza. Non perché sia un modello, ma perché è uno specchio. In un’epoca in cui siamo costantemente chiamati a spiegarci, analizzarci, produrre un racconto coerente di noi stessi, la nevrosi di Alvy appare meno eccentrica di quanto sembrasse nel 1977.
Viviamo immersi in pratiche di auto-narrazione permanente. Raccontiamo le nostre vite agli altri, ma prima ancora a noi stessi. Organizziamo ricordi, attribuiamo significati, rileggiamo ciò che è accaduto per capire chi siamo diventati. In questo processo, le relazioni finite occupano uno spazio decisivo: non sono solo ciò che abbiamo perso, ma anche ciò attraverso cui continuiamo a definirci. Io e Annie aveva già compreso tutto questo, molto prima che il lessico dell’identità, dell’autorappresentazione e della memoria selettiva diventasse così centrale nella cultura contemporanea.
La modernità del film, allora, non sta soltanto nel suo stile, nella rottura della quarta parete, nella struttura non lineare, nella sofisticazione della scrittura. Sta soprattutto nella sua verità antropologica.
Io e Annie ci ricorda che gli esseri umani non vivono solo i rapporti: li reinterpretano continuamente. Li archiviano male, li idealizzano, li deformano, li rimpiangono, li raccontano per sopravvivere, per garantirsi stabilità, o affogare nell’esatto contrario. Ma niente di tutto questo autorizza a ritirarsi dalla vita.
Abbiamo comunque bisogno degli altri, anche quando gli altri ci complicano, ci deludono, ci sfuggono. Ed è qui che il finale di Alvy conserva tutta la sua potenza. Non come battuta soltanto, ma come piccola filosofia relazionale, ironica e amarissima, eppure necessaria:
“Dopodiché si fece molto tardi, dovevamo scappare tutti e due.
Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era… e di quanto fosse divertente solo conoscerla.
E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete…
Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”.
Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna.
E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi.
E assurdi.
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.”
