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Sulla cresta della Korean Wave

Non stiamo diramando un bollettino meteorologico, ma stiamo parlando dell’onda anomala della cultura pop coreana, che, in poco più di un decennio ha conquistato prima il panorama asiatico e poiquello occidentale. Non solo telefoni cellulari e automobili, dunque, sono targati Corea ma anche lo Hallyu (pronuncia coreana del termine cinese originale). Hallyu è il neologismo coniato, nel 1999, da un giornalista cinese per descrivere l’onda coreana che si apprestava a travolgere l’industria dell’intrattenimento e a invadere il mercato globale. A fare da apripista i drama, le serie televisive sudcoreane,ispirate ai generi del melodramma e della commedia sentimentale,tipici delle soap opera, con personaggi e strutture narrative originali e ben confezionate. Accanto ai drama, l’altro elemento portante del fenomeno hallyu è costituito dal K-pop (Korean pop music). Lo sviluppo della popular music in Corea ha seguito un percorso storico che, attraverso l’esperienza e la rielaborazione di generi musicali non autoctoni (come il rap, l’R&B, senza trascurare la fondamentale influenza del J-pop giapponese), ha condotto all’emergere del fenomeno degli idol, organizzati in gruppi sul genere delle boy-band americane, dalla spiccata presenza scenica. A caratterizzare questi gruppi di idol-cantanti è un irresistibile appeal e una grande capacità di dominare il palco anche come ballerini. La popolarità della Coreadel Sud sta crescendo dovunque, e gran parte di questa fama è dovuta al K-pop, tanto che, durante una delle ultime puntate del Late Show di Stephen Colbert, la band K-pop BTS ha ricreato il leggendario debutto dei Beatles alla televisione americana, con la performance del 1964 all’Ed Sullivan Show. Vestiti come i Fab Four, i componenti del gruppo hanno suonato nell’Ed Sullivan Theater, per l’occasione arredato esattamente come 55 anni fa. La performance, trasmessa in bianco e nero, è stata introdotta da uno sketch d’apertura in cui Colbert, esattamente come fece Sullivan all’epoca, ha presentato i BTS come “una nuova band di rubacuori con il caschetto”.  Il paragone nasce dalla circostanza che i Bangtan boys sono il primo gruppo, dopo i Beatles, a conquistare la prima posizione Billboard 200 con tre album diversi, pubblicati in meno di un anno. I Beatles ci erano riusciti in poco più di undici mesi tra il novembre 1995 e l’ottobre del 1996 con le raccolte Anthology 1, 2 e 3. Altro fenomeno interessante è quello relativo allo sviluppo dell’industria cinematografica sudcoreana, che ha conquistato il suo posto nelcircuito del cinema d’autore e dei festival internazionali: a Cannes 2019 ha vinto la Palma d’oro la dark social comedy “Parasite” di Bong Joon-ho, primo film coreano a ottenere l’ambito premio.Ricordiamo che proprio il cinema aveva già contribuito allo sviluppo di un’autoconsapevolezza culturale e politica della Corea del Sud, svolgendo un ruolo non indifferente nel processo di democratizzazione del Paese e di consapevolezza della specificità coreana rispetto agli altri paesi asiatici limitrofi. Lo hallyu, indi, non ha solo valenza culturale ma deve essere inteso anche quale strumento di rivalutazione dell’identità nazionale.

Di Alberta Manobianca

Cannes 2019: Palma d’oro per Parasite (Gisaengchung) di Bong Joon-ho

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