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I miserabili: tra giustizia umana e divina

Lo scorso 13 febbraio, presso il Teatro Strehler di Milano, è stato messo in scena il noto romanzo storico I Miserabili, scritto da Victor Hugo e ambientato nel clima rivoluzionario della Francia dell’Ottocento. Un’opera non immediatamente apprezzata, addirittura considerata da Napoleone III come troppo compiacente e celebrativa dei moti rivoluzionari.
Tuttavia, l’adattamento drammaturgico di Luca Doninelli, con la regia di Franco Però, ha dato vita ad uno spettacolo capace di tenere gli occhi del pubblico incollati alla scena per ben tre ore. Un’impresa difficilissima è quella di racchiudere ben millequattrocentoquaranta pagine in un copione di ottanta al massimo, trasmettendo dal palcoscenico anche ciò che non si può raccontare. Un cast assai qualificato e numeroso ha sapientemente messo in scena non solo le vicende dei personaggi di un romanzo ormai divenuto un classico della letteratura, bensì la realtà. Infatti, è proprio di questo che parla I Miserabili: non ci sono protagonisti; lo spettacolo è prima di tutto corale, un coro formato da delinquenti, prostitute, locandieri, persone cadute in miseria, vittime di una società divisa nettamente tra ricchi e poveri, i “reietti” che vivono ai margini delle strade. I
personaggi sono ben lontani dagli eroi tragici a cui siamo abituati: incorruttibili e sempre dalla parte della giustizia. In questo spettacolo è difficile trovare buoni o cattivi, la dicotomia tra male e bene, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’onesto e l’utile ha un confine labile, quasi impercettibile.
Jean Valjean (Franco Branciaroli) è un protagonista/non-protagonista, il fil rouge attorno a cui si dipanano tutte le vicende. Per anni è stato costretto ai lavori forzati per scontare una sola colpa: ha rubato per sfamare la sua famiglia. Grazie ad un evento ordinario, ma per nulla casuale, c’è un totale ribaltamento del personaggio, il quale, mascherato sotto sempre diverse identità, mentre cerca di sfuggire alla sua sorte da miserabile galeotto, mette in circolo una catena di Bene.
Sì, proprio di Bene con la B maiuscola. Egli risponde ad una giustizia ben diversa da quella imposta dallo Stato che lo ritiene colpevole, è estraneo alle logiche del mero utilitarismo, le sue azioni non hanno nulla a che vedere né con la legge
della polizia né con la legge dei criminali.
È un racconto di redenzione, di riscatto, di rifiuto nei confronti di quella miseria morale e materiale che degrada l’umanità intera. I personaggi rappresentati, nella loro miseria più assoluta, sono grandi, e la loro grandezza viene resa evidente grazie all’addentrarsi nella psicologia di ognuno, che rivela il proprio tormento interiore.
In primis Javert, il poliziotto che fa di questo caso il perno della sua intera vita: incrocia più volte Valjean, senza mai riuscire ad acciuffarlo; ma il suo vero dramma sta nel fatto che non riuscirà mai a definirlo, come vedremo nel faccia a faccia finale, non comprenderà i suoi gesti che non fanno capo a nessuna legge umana, fuori da ogni schema logico. Chi, trovatosi di fronte al proprio persecutore, incatenato, deciderebbe di liberarlo anziché ucciderlo? Voi mi seccate. Uccidetemi piuttosto. Sarà la
risposta che riceverà Valjean a seguito di tale gesto, apparentemente illogico.
E poi, la prostituta Fantine che ha dato alla luce una figlia, Cosette, condannata alla condizione di miserabile ancor prima di venire al mondo. Valjean la strapperà dalle grinfie dei Thenardier (coniugi locandieri e delinquenti, che hanno come unico obbiettivo quello di approfittare del prossimo per migliorare la loro condizione, irrimediabilmente miserabile) e se ne prenderà cura, allevandola come una figlia.
Una menzione particolare va fatta per i personaggi di Gravoche, di Eponime, figli dei Thenardier, ma assai diversi dai genitori: il primo si sacrificherà eroicamente per la patria; la seconda, di animo nobile, seppur mascherato dalla rozzezza dei modi e dal delirio che causa la fame e la povertà, salverà per ben due volte Marius (giovane di buona famiglia con ideali liberali e repubblicani) sacrificando addirittura la sua vita per un amore che mai le sarà corrisposto. Questi, infatti, si innamorerà di Cosette.

Così, tra peripezie e vicissitudini non sempre fortunate, vediamo l’ingresso sul palcoscenico della Storia. Una società in forte mutamento, nel pieno dei fervori rivoluzionari con un popolo che inneggia alla liberté, all’egalité e alla fraternité che ormai non sono più soltanto motti protrettici, ma sono lì, rappresentati, resi tangibili dai personaggi disposti a sacrificarsi come Gavroche, sventolando la bandiera francese in nome di valori condivisi e non di vane parole.
Interessante inoltre è la scelta scenografica in continuo movimento, che ha permesso vari cambiamenti di scena e di sfondo. Il palcoscenico è dominato da pannelli che entrano in comunicazione con lo spettacolo stesso: sono proprio personaggi a “sfogliare” come le pagine di un libro, lasciando per un momento intravedere il fondo nudo del teatro, i meccanismi interni che squarciano il velo della finzione, per poi ritornare a creare una nuova situazione, una nuova scena. Un classico può essere definito tale solo se, a distanza di tempo, è ancora capace di parlare a chi lo legge e questo ne è un esempio: trascende la trama, la struttura degli atti e arriva direttamente all’essere umano in quanto tale, rappresentato nella sua nudità, spogliato dei beni terreni, dei valori etici e persino della sua dignità di uomo.
Probabilmente tutto ciò che alla fine resta, dopo che le luci della sala si sono riaccese, è proprio quell’anelito verso l’alto, quella spinta che proviene dal Bene reale e disinteressato che è in grado di riaccendere in noi la speranza in un mondo che, nonostante tutte le sue storture, ha ancora qualcosa di positivo; tutto ciò è racchiuso proprio nella battuta finale dello spettacolo pronunciata da Valjean sul letto di morte: “Al mondo non c’è niente di più bello di questo: amarsi. “

Di Lidia Margiotta

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