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Intervista a Elisa Bolchi

I: Come è stato il primo incontro con Virginia Woolf e cosa le ha insegnato da allora?

E.B.: Sa, le confesso che io arrivo a Virginia molto tardi rispetto al solito, nel senso che tanti nostri soci (si riferisce alla Virginia Woolf Italian Society, della quale è presidente) ci sono arrivati alle superiori o addirittura da bambine, e invece “la raggiungo” all’università con Mrs Dalloway, in quanto il corso prevedeva la lettura di questo romanzo. Siccome ero al terzo o quarto anno di università in realtà avevo già iniziato a lavorare alla tesi di laurea, perché all’epoca feci la laurea quadriennale, che era su Jeanette Winterson. Fu poi leggendo i saggi di Winterson su Virginia Woolf che iniziò ad affascinarmi il personaggio e quindi tornai su Mrs Dalloway, che in effetti mi era piaciuto come romanzo, per cui iniziai a leggere il resto come “Orlando”, “Le Onde” e poi tutti gli altri piano piano.
Iniziò una vera e propria passione, e la tesi, che sarebbe dovuta essere sul discorso femminile in Winterson,divenne su Winterson tra modernismo e postmodernismo, perché ragionavo su tutte le influenze dei modernisti, tra cui Woolf.
Ci arrivai per vie un po’; traverse e quando iniziai il dottorato decisi di concentrarmi solo su Woolf.
Mi ha insegnato sicuramente l’indipendenza del pensiero critico. È proprio la sua interpretazione personale delle cose che riesce a trasmettere al lettore e che trovo sia una cosa bellissima, un insegnamento che ci permette di leggere tutte le opere d’arte con uno sguardo e linguaggio che sia totalmente nostro. E in questo credo che lei sia proprio una maestra. Mi ha poi insegnato il rispetto per l’intelletto umano, la responsabilità dell’uso della lingua. Infatti
Woolf aveva una grande responsabilità di linguaggio, ogni parola era misurata e scelta per un ritmo quando si trattava dei romanzi e saggi per la rilevanza, e credo che questo sia proprio un esempio da avere accanto quotidianamente.

I: Il festival “il faro in una stanza” si è appena concluso, come lo descriverebbe in tre
aggettivi?
E.B.: Tre aggettivi! Appassionante, coinvolgente e competente, perché passione è proprio la parola chiave, sia di chi parla sia di chi ascolta e perché senza la passione di chi ascolta non ci sarebbe il festival, non avrebbe motivo di esistere. Coinvolgente perché speriamo sempre di coinvolgere chi ascolta e competente perché secondo me si può fare divulgazione solo se c’è una grande competenza in chi parla, altrimenti la divulgazione non è più tale, ma diventa
chiacchiericcio.

I: Adesso parliamo delle opere ed in particolare di “Al faro”.
In questa si percepisce un movimento della luce e dell’illuminazione che si può associare alla coscienza e alla percezione, quindi il mondo reale può essere visibile con i movimenti dell’essere, può essere perciò “invisibile”, ma può anche amplificarsi grazie alla coscienza che illumina. Qual è il mondo dei personaggi di Virginia Woolf e fin dove si estende la loro coscienza?
E.B.: Che domanda difficile! Credo che ci siano due mondi: uno molto intimo che è quello della loro psiche, che è poi quello che lei ci fa esplorare in maniera magistrale e sorprendente per l’epoca, per cui il poter esplorare la mente di Mrs Dalloway, ad esempio, è un’avventura, e anche poter esplorare la mente di Mrs Ramsay.
Di “Al faro” mi colpisce tantissimo una scena in cui Mrs Ramsay legge al figlio e intanto pensa tutt’altro, perché quando sono diventata madre ho capito quanto è vera quella scena, non solo per l’immagine in sé che può essere guardata, ma anche perché era l’unico modo per Virginia per conoscerla, perché non essendo madre poteva solo conoscere questa scena dall’esterno, e invece riesce a raccontarla anche dall’interno.
Questa è proprio un’immagine di come i suoi personaggi sappiano vivere due mondi contemporaneamente: il proprio interno, della propria mente e dei propri viaggi della psiche è il mondo esterno in cui vivono che è un mondo di conoscenze, contatti, comunità.

I: per quanto riguarda la contemporaneità, spesso la figura di Virginia è associata a quella
di Silvia Plath benché vi è una notevole differenza, anche di vedute. Come mai questa
associazione? Sono davvero così simili come si crede? Se sì, cosa le accomuna?
E.B.: Io conosco pochissimo Silvia Plath, lo ammetto, se non per le vicissitudini note a tutti: la tragica fine che le accomuna. Per molti vedo che il tratto per cui tendono ad accumularle è questa somiglianza di destini, che però a me interessa molto poco. Devo dire però che chi ha lavorato su entrambe le scrittrici parla anche di una somiglianza di sensibilità e di emotività nella scrittura.

I: Una delle primissime espressioni in cui ci imbattiamo in Mrs Dallaway è “What a lark!
What a pludge!”. In quali parti e in quali personaggi possiamo riscontrare questa emozione
e qual è il tuffo al cuore che regala questa opera?
E.B.: Io penso che la gioia e il tuffo al cuore siano visibili in più personaggi, ma sicuramente in Clarissa, e sicuramente nella Clarissa del ricordo, nella giovane Clarissa: la visione di Sally è un tuffo al cuore, una gioia, soprattutto lo stare sotto lo stesso tetto. Io penso però che ci sia il ricordo di un’emozione forte, che quindi potrebbe essere vista come un
tuffo al cuore.

I: Se dovessimo dare un breve ritratto di Virginia a chi ancora non ha avuto il piacere di
conoscerla, quale sarebbe il suo volto? E soprattutto con quale opera consiglierebbe di
iniziare la lettura?
E.B.: “Quale opera” è una domanda classica che mi mette sempre in grande difficoltà. Dunque, se si dovesse farne un ritratto, sarebbe dipinto con un sorriso sornione, un sorrisetto ironico: quando si introduce Virginia Woolf e tutti dicono “mamma mia, ma povera, tutte a lei succedevano, ma quanti morti, muoiono tutti”, quindi si entra subito dalla porta della morte e poi si esce dalla porta del suicidio, insomma si crea un cerchio veramente di tristezza, pianto che non
corrisponde alla sua vita, perché non era assolutamente così.
Sul libro dal quale iniziare dipende molto da chi lo chiede, dipende da quanti anni ha, da che tipo di letture fa. Spesso io consiglio “Una stanza tutta per sé” perché dà un’idea della sua prosa, sembra andarsene a spasso ma poi va dritto al punto e si prende spazio per ragionare e per costruire qualcosa di molto reale, molto solido, come fa sempre lei. Partire da “Le onde” è decisamente un lavoro molto più complesso, mentre questo rimane molto più comprensibile. Chi invece mi chiede la cosa che mi piaciuta di più, io ho un debole per Mrs Dalloway, è proprio ‘my favourite’, e quindi alla fine lo
consiglio, l’importante è iniziare nel momento in cui si ha tempo, per cui affrontare almeno le prime dieci-venti pagine tutte d’un fiato per calarsi subito nell’atmosfera perché mi rendo conto.

I: Le trasposizioni cinematografiche di e su Virginia si sono spesso rivelate esigue perché
concentrate sugli ultimi istanti di vita. Abbiamo ancora paura di Virginia Woolf?
E.B.: Io penso che più che paura sappiamo molto chiaramente che l’artista donna disperata e suicida vende di più dell’artista brillante, ironica, sagace e appuntita, e quindi si tende a investire molto di più sull’immagine depressa che non sull’immagine vitale. Credo sia proprio un problema di marketing. Detto questo, è vero che in “The hours” il ruolo del suicidio è purtroppo molto in primo piano, però è anche un lavoro che riusa, ricicla proprio Mrs Dalloway, e tutto sommato trovo che la potenza della narrazione anche grazie a interpreti come Meryl Streep, emerga prepotentemente
anche in un film come “The Hours”. L’Orlando è un film squisitamente ironico, che fa sorridere in più momenti e che rende perfettamente quello che voleva fare. Chiaro che l’Orlando non è un film facile, emotivamente non è immediato come The Hours. Adesso vedremo anche “Vita e Virginia” che è già uscito, hanno già presentato al festival del film in Canada, bisogna vedere quando arriverà in Italia e vedremo come è stata messa in scena.

I: L’ultima domanda riguarda i viaggi di Virginia, infatti lei venne anche in Italia. Qual era la
sua idea del paese e come era Milano?
E.B.: Di Milano dice che è fatta di case gialle ed era nebbiosa, un po’ polverosa. Non ne parla molto, lei del viaggio in Italia scrive poco, nel senso che è più presa da quello che sta leggendo che da quello che vede, fa dei piccoli ritratti dei personaggi italiani che incontra nei paesi che visita, di quello che accade. Ad esempio c’è in “Flush” la scena di una processione che è la stessa che lei stessa annota nei diari, una processione per la Vergine che l’aveva colpita per il sentimento religioso, per la partecipazione mistica che accompagnava la processione. Questo l’aveva affascinata e poi infatti l’aveva utilizzata come scena nel suo romanzo, quindi si era portata dietro dei pezzi di questi viaggi, sebbene appunto non si possa paragonare ad esempio a ciò che scrive Lawrence nei diari sul suo viaggio in Italia; non si può fare un confronto perché è molto più scarno il commento ruffiano al nostro paese.

A cura di Chiara de Stefano

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