Per riflettere

CHE SAPPIATE RIFIUTARVI DI ODIARE

Che sappiate rifiutarvi di odiare…

 

…perché questo significa praticare la non-violenza. Non solo rifiutando di sparare, ma amando chi punta una pistola contro di voi.

Il 4 aprile 1968, Martin Luther King si affacciava dal balcone di una camera di motel a Memphis. Accanto a lui, il sassofonista Ben Branch, che avrebbe dovuto suonare quella sera nel corso di un incontro in una chiesa locale. “Suona «Take my hand, my precious Lord»”, gli chiede Martin, prima di essere lasciato solo. Pochi minuti e un proiettile calibro 30-06 lo colpirà in fronte, causando danni cerebrali a cui i medici del St. Joseph’s Hospital non potranno porre rimedio.

Foto dell’assassinio scattata da Joseph Louw, giornalista presente per girare un documentario su Martin Luther King.

Cosa resta, a cinquant’anni da quel fatidico proiettile, del sogno di Martin Luther King? Ce ne parlano Paolo Colombo, Chiara Continisio, Paolo Gomarasca e Claudia Mazzucato, Docenti dell’Università Cattolica di Milano presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali durante la lezione aperta dal titolo «Questa non è una fine, ma l’inizio». Il sogno di Martin Luther King a cinquant’anni dalla morte (1968-2018). L’incontro, tenutosi il 28 novembre scorso, ha visto la partecipazione di studenti e professori che hanno avuto la possibilità di rivivere le azioni e il lascito del Pastore King. Quello che segue è un compendio di storia e di civiltà, a cui ho avuto la fortuna di assistere nel corso della lezione, con l’augurio che ciò che di buono è stato fatto sia solo un punto di partenza.

 

“Solo l’altro giorno, giovedì per essere esatti, una delle più fini cittadine di Montgomery non una delle più fini cittadine Negre, ma una delle più fini cittadine di Montgomery è stata presa dall’autobus e trasportata in prigione ed arrestata perché ha rifiutato di alzarsi per cedere il suo posto a una persona bianca”. Martin Luther King e sua moglie Coretta arrivano a Montgomery nell’aprile 1954, per guidare la chiesa battista di Dexter Avenue. Il 1° dicembre 1955, Rosa Parks, di ritorno da una giornata di lavoro in sartoria, viene arrestata per non aver lasciato il suo posto sull’autobus ad un passeggero bianco. Non perché dovesse compiere una missione, non per ribellione, ma per stanchezza, per i piedi doloranti e le gambe esauste. E proprio di questo sfinimento il Pastore Luther King parla il successivo 5 dicembre, raccontando la storia di Rosa nel giorno del suo processo: “noi, i diseredati della terra, siamo stanchi di attraversare la lunga notte della cattività”. La messa al bando del segregazionismo sui mezzi di trasporto arriverà solo dopo mesi di boicottaggio degli autobus; eppure infine arriverà, simbolo di una lotta libera da forme di violenza.

 

Nel ‘63, il fuoco della protesta divampa fino a Birmingham. Qui la repressione è particolarmente pesante e le manifestazioni vengono vietate. Robert Kennedy implora, quindi, Martin di smorzare i toni, mentre Jackie Kennedy esprime tutta la sua preoccupazione alla moglie Coretta in una telefonata. Nulla, però, riesce a placare la coraggiosa fermezza del “Dottor King”, che finisce per essere arrestato per la tredicesima volta. Tra le mura del carcere prenderà forma la sua famosa lettera, nella quale il Pastore afferma: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”.

 

Sono i più buoni, però, a non restare indifferenti. In quella che il Newsweek definirà “la crociata dei bambini”, la studentessa Gwendolyn Sanders guida centinaia di giovani alla protesta. Il più piccolo ha addirittura 8 anni. Più di un migliaio di manifestanti vengono arrestati, riempiendo le celle di Birmingham a tal punto che la loro capienza inizia ad esaurirsi. Come si risolve una protesta, quando il potere di rinchiudere i ribelli viene prosciugato? La soluzione di Eugene Connor, capo della polizia, è “usiamo cani e idranti”. Le foto che documentano l’atroce astio nei confronti di bambini e adulti, nel nome di un ordine pubblico senza alcuna pietà, fanno il giro del mondo.

Nonostante ogni forma di repressione, viene organizzata la prima iniziativa su scala nazionale. Divisa tra Independence Avenue e Constitution Avenue, la celebre marcia su Washington ha inizio alle 10:00 del mattino di mercoledì 28 agosto 1963 e vede la partecipazione di circa 250.000 persone. Ad unire i presenti, oltre ogni colore che la pelle può assumere, la musica. Bob Dylan canta “When the ship comes in” e “Only a pawn in their game”, mentre la celebre “Blowin’in the wind” viene eseguita dal gruppo folk Peter, Paul and Mary. Joan Baez, soprannominata “l’usignolo di Woodstock”, interpreta poi “We shall overcome”.

We’ll walk hand in hand
We’ll walk hand in hand
We’ll walk hand in hand some day
Oh deep in my heart
I do believe
We shall overcome some day

Sarà proprio quel “we”, “noi” che unisce i presenti, ad accompagnare Joan Baez quando nel 2010 canterà la stessa canzone alla Casa Bianca, davanti a Barack Obama, il primo presidente nero nella storia americana.

A Washington, King parla delle promesse dei padri fondatori mai mantenute dal popolo americano. Legge il discorso preparato con cura, rivolgendosi con tono imperioso alla folla, fino a quando qualcuno accanto a lui gli sussurra “tell them about your dream” (“digli del tuo sogno”). È a quel punto che Martin abbandona la precisione che lo contraddistingue e smette di leggere. Alza gli occhi verso la folla e, mentre alle sue spalle si erge l’enorme statua di Abraham Lincoln, ricomincia: “Io ho un sogno…”.

Il Pastore King continua a seguire quel sogno. Lo fa nel 1964, quando vince il Nobel per la Pace. Lo fa anche quando la sua popolarità inizia a scemare, anche quando l’assassinio di J. F. Kennedy accende in lui una nuova consapevolezza: anche il suo tempo, a breve, sarebbe giunto al termine.

King sa perfettamente che non gli resta molto da vivere. Lo sanno i suoi amici e familiari, alle cui rassicurazioni risponde sempre “ma come fate a non capire?”. Una provocazione, come per dire: come fate a non vedere la mia missione? Come fate ad essere timorosi, mentre io non lo sono?

“Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho guardato. E ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma voglio che questa sera voi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo”. Da quella montagna, con la forza di quel sogno, King pronuncia queste parole al Mason Temple di fronte a 6.000 persone, il 3 aprile 1968. È il suo ultimo discorso pubblico.

Il giorno dopo si trova con Ben Branch, a parlare di musica su un balcone di Memphis. In quel motel ci è stato altre volte, gli viene sempre assegnata la stessa stanza, ma quel 4 aprile, la stanza è occupata. “Suona «Take my hand, my precious Lord»”, “Prendimi la mano, mio prezioso Signore”.

Sarà Mahalia Jackson a cantarla cinque giorni dopo, durante il funerale.

Mentre il fatidico proiettile segna la sua traiettoria, Robert Kennedy sta portando avanti la sua campagna elettorale con una serie di incontri in diverse università americane. Viene informato dell’omicidio mentre è in viaggio verso Indianapolis. Ad aspettarlo trova una folla di circa 3.000 persone, divise in due gruppi distinti: i suoi fedeli sostenitori, armati di spillette elettorali, e gli affamati di vendetta, colmi di dolore per la morte improvvisa di un punto di riferimento.

Quella sera, a Indianapolis, c’erano rancore e rabbia a sufficienza per la rivalsa che, successivamente, si scatenerà in un centinaio di città americane.

Abbiate compassione, chiede Robert. “A quelli di voi che sono tentati di lasciarsi andare all’odio e alla sfiducia verso i bianchi per l’ingiustizia di quello che è accaduto, posso soltanto dire che provo i loro stessi sentimenti in fondo al mio cuore. Ho avuto anch’io qualcuno della mia famiglia ucciso, anche se da un uomo bianco come lui”. Per la prima volta Robert Kennedy, quasi stigmatizzato per il suo contenimento usuale, parlerà in pubblico di suo fratello John.

Ad Indianapolis c’è ogni presupposto per la violenza. Eppure, questa non arriva. Ciò che resta è tristezza condivisa, che abbatte ogni differenza e attraversa epoche, continenti, vincitori e vinti. Una tristezza che, tramutata in speranza, ci raggiunge come una canzone che echeggia nell’aria:

Through the storm,

Through the night,

lead me on to the light.

Take my hand,

precious Lord,

lead me home.

(“Attraverso la tempesta, attraverso la notte, guidami verso la luce.
Prendi la mia mano, Prezioso Signore, portami a casa
”)

 

Di Sara Cucaro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *